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ALLESTIMENTO DI UN TERRARIO TROPICALE: UN APPROCCIO ECOLOGICO – testo e foto di Alessandro Vlora

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Il successo nell’allevamento delle specie tropicali necessita di uno studio preventivo sulle richieste ambientali degli animali di cui ci si vuol prendere cura, in maniera tale da ricreare un ambiente per quanto possibile simile all’habitat originario. Ma ciò non basta, dal momento che in un medesimo bioma (come una foresta pluviale) possono vivere organismi con esigenze differenti; questo avviene perché due o più specie occupano, nello stesso ambiente, nicchie ecologiche diverse. Il termine “nicchia ecologica” si riferisce non solo al luogo dove un animale vive, ma anche alle specifiche richieste ambientali (temperatura, luminosità, grado di umidità, natura del substrato, tipo di alimentazione, ecc.). L’allestimento di un terrario ad ambientazione tropicale richiede il rispetto di tali parametri, spesso collegati tra loro che, tuttavia, si diversificano in relazione alla specie o alle specie che si vogliono ospitare. Si considerino ad esempio alcuni anfibi con differenti costumi riproduttivi: se si cercasse di riprodurre un gruppo di Mantella sarebbe necessario disporre di una zona d’acqua poco profonda e di limitate dimensioni, al contrario, se si volessero riprodurre raganelle (Hyla spp.), occorrerebbe una massa d’acqua certamente maggiore. D’altra parte un terrario per Mantella può avere le stesse caratteristiche di uno per Dendrobates, nonostante i due generi siano uno endemico del Madagascar, l’altro dell’America centromeridionale.

Mantella

Mantella aurantiaca

Infatti esistono specie che occupano la stessa nicchia ecologica, ma in differenti regioni della Terra; in tal caso le specie sono chiamate “equivalenti ecologici” e possono essere allevate in terrari con caratteristiche similari. Non si deve comunque dimenticare che due o più specie abitanti la stessa nicchia ecologica possono dar luogo a relazioni interspecifiche di tipo competitivo, ovviamente a scapito dell’allevamento; tale problema è inevitabile quando lo spazio a disposizione per ogni specie (il cosiddetto home range) è limitato. Ecco perché, in genere, si preferisce allestire terrari monospecifici, riservati ad una sola specie.

Qual è allora l’ambiente ottimale?

Certamente quello in cui ad ogni organismo (animale o vegetale) viene assicurata la possibilità di crescere, svilupparsi e riprodursi.10354943_564605980338043_6740735383196859232_nPrima di acquistare un animale dovete eseguire ricerche accurate per stabilire le esigenze della specie riguardo le condizioni ambientali (temperatura, umidità, fotoperiodo, tipo di substrato, ecc.) e l’alimentazione. Ogni specie ha esigenze diverse, anche se non c’è un solo modo per soddisfarle in cattività.

Del terrario dovremo considerare:15786_10152297198026879_371572991213790700_2

Struttura

Dimensioni

Temperatura e Riscaldamento

Acqua e Umidità

Ventilazione

Illuminazione

Substrato

Arredo

Sistemazione

Igiene

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Il terrario ad ambientazione tropicale

Per regioni tropicali, in questa sede, si intendono quelle comprese nella fascia equatoriale (tipiche delle foreste pluviali) caratterizzate da fotoperiodo costante, limitatissime escursioni termiche, sia circadiane che annuali, e piovosità ben distribuita durante tutto l’anno. Si consideri l’allestimento di un terrario ad ambiente caldo-umido destinato all’allevamento di specie igrofile (che necessitano di umidità), ma di una quantità d’acqua limitata. Un simile terrario può essere utilizzato sia per l’allevamento di anfibi (ad esempio dei generi Atelopus, Dendrobates, Epipedobates e Mantella), sia di rettili di modeste dimensioni, come sauri (Anolis, Corytophanes, Phelsuma, ecc.) o serpenti (Ahaetulla, Opheodrys, ecc.).

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Avendo a disposizione parecchio spazio, sarebbe possibile ricostruire in terrario un ambiente tale da soddisfare le esigenze di più specie. A tal fine ci si potrebbe avvalere di un vero e proprio acquario, collegato ad una zona emersa ben strutturata e piuttosto estesa, non solo ripariale; in tal caso mantelle e raganelle potrebbero convivere, andando ad occupare differenti “nicchie” dell’acquaterrario. Al contrario, in terrari di piccole dimensioni, per la zona acquatica principale si possono adottare due soluzioni: adoperare una vaschetta di plastica o di cristallo poco profonda, infossata nel substrato, opportunamente mimetizzata ed estraibile all’occorrenza, oppure sfruttare lo stesso fondo del terrario, inevitabilmente di tipo impermeabile. In questa seconda modalità l’acqua viene versata direttamente nell’acquaterrario. Una soluzione di questo tipo esige costante manutenzione in quanto le operazioni di pulizia e sostituzione dell’acqua non sono affatto agevoli ed è consigliabile solo per l’allevamento di piccoli anfibi che sporcano poco.

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Il cristallo si rivela il materiale da costruzione d’elezione per la resistenza all’umidità e per facilità di detersione e disinfezione. Lo spessore delle lastre di cristallo può anche essere inferiore rispetto a quello che occorrerebbe per la costruzione di acquari di uguali dimensioni in quanto deve resistere a forze pressorie minori. Nel caso in cui non si voglia rinunciare al legno, si consiglia di usare un multistrato trattato con vernici impermeabilizzanti (il flatting usato per le imbarcazioni va bene).

E’ importante prevedere adeguate aperture, sia per la ventilazione, sia per la facile manutenzione. Per una idonea ventilazione, a volte, i comuni fori posti a differenti altezze ai due lati corti del terrario possono anche non bastare; per un terracquario tropicale con temperature superiori ai 25 °C ed elevata umidità, le aperture devono essere tali da garantire un’ottima circolazione dell’aria, altrimenti si può andare incontro ad un pericoloso ristagno di aria satura di umidità: l’elevata temperatura, infatti, aumenta la percentuale di umidità contenuta dall’aria. In tal caso le conseguenze sarebbero negative per l’allevatore (formazione di condensa sulle pareti) e per gli animali (sviluppo di funghi e muffe, difficoltà respiratorie, insorgenza di fenomeni putrefattivi con conseguenti cattivi odori). In terrari sviluppati soprattutto in altezza si consiglia la costruzione di un piccolo impianto di ventilazione munito di ventole (tipo quelle per computer) che, azionate elettricamente, favoriscono il deflusso dell’aria.

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Per regolare il tasso d’umidità, si può programmare una nebulizzazione di acqua (come minimo due volte al giorno, all’alba e al tramonto), mediante un mini impianto automatico e temporizzato, meglio se sincronizzato all’impianto di ventilazione; i nebulizzatori ad ultrasuoni sono in grado di liberare piccolissime gocce d’acqua che si disperdono in un suggestivo aerosol, particolarmente gradito agli anfibi; molte specie delle regioni equatoriali, infatti, sono sensibili a fluttuazioni del tasso di umidità (alternanza di stagione piovosa e stagione secca) che possono essere opportunamente simulate da tali strumentazioni. Qualora si voglia acquistare un umidificatore ad ultrasuoni per uso domestico e lo si voglia adattare allo scopo, si scelga un modello con regolazione del flusso d’aria e lo si collochi sulla sommità del terrario per evitare l’eventuale stillicidio (Wolfson, 1999). La sanificazione periodica dell’umidificatore evita l’accumulo di potenziali patogeni, mentre l’utilizzo di acqua demineralizzata ovvia alla deposizione di calcare.

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Illuminazione e riscaldamento

Una corretta illuminazione può essere garantita dall’uso di neon ad ampio spettro (luce solare), eventualmente integrati con lampade specifiche per rettili in grado di emettere raggi UV-B (vedi tabella), preziosi quanto indispensabili per animali allevati in assenza di luce naturale. Per il giusto posizionamento dell’impianto di illuminazione non si dimentichi che vetro, plexiglas e altri materiali trasparenti filtrano la quasi totalità dei raggi UV-B e buona parte di quelli UV-A. In particolare una lastra di vetro filtra fino al 95% di raggi UV-B e circa il 22% di raggi UV-A!

Per quanto concerne il riscaldamento, è sconsigliabile l’utilizzo di fonti di calore di potenza elevata (come, ad esempio, lampade a raggi infrarossi), che andrebbero ad influire sull’appropriato valore di umidità. Sono preferibili cavetti riscaldanti o piastre termiche, di moderato wattaggio, da collocare all’esterno in distinte zone del terrario (ad esempio dietro la parete posteriore, mai sotto il substrato) in modo da fornire una uniforme distribuzione del calore ma, allo stesso tempo, rendere impossibile il contatto diretto con gli ospiti del terrario, animali e piante.

Prima di introdurre qualsiasi organismo, occorre monitorare attentamente la temperatura nei diversi angoli del terrario, di giorno e di notte a luci spente. Una moderata riduzione della temperatura notturna è gradita dalla maggior parte delle specie. Come per gli acquari, è buona regola posizionare il terrario al riparo dalla luce diretta del sole che causerebbe un incontrollato aumento della temperatura con effetti deleteri sul delicato equilibrio tra i parametri ambientali.

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Il substrato più adatto

Si è dunque arrivati alla scelta del substrato, argomento di costante discussione tra gli appassionati. Personalmente mi schiero tra coloro che preferiscono un substrato naturale (frammenti di corteccia, trucioli di legno, scorze di conifere tritate, fibre di cocco, torba grezza in zolle priva di fertilizzanti, ecc.), opportunamente “sterilizzato” con un comune forno a micronde; tali materiali, pur combinati tra loro, danno al terrario un aspetto naturale e omogeneo. Si evitino, quindi, accostamenti forzati, come ghiaietto per acquari e torba oppure sabbia di fiume e radici di torbiera. Muschi, licheni e foglie secche posti su un sottile strato di argilla espansa mantengono il substrato soffice e drenante, contribuendo sia al mantenimento dell’umidità ideale che alla creazione di rifugi.

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Lo sfondo come elemento essenziale

Pezzi di sughero e radici di torbiera poggiati sulla parete di fondo e declinanti dolcemente in avanti completano l’arredamento conferendo un effetto di profondità particolarmente armonioso: lo sfondo, infatti, benché spesso erroneamente dimenticato, riveste una fondamentale importanza per la creazione di un suggestivo microambiente. La parete posteriore di un terrario tropicale deve essere parte integrante dell’arredamento e non è sostituibile con una fotografia raffigurante una lussureggiante foresta pluviale. Ideale sarebbe utilizzare come sfondo un pannello di fibra di cocco, Xaxim (derivato da felci arboree) o di torba compressa (1-2 cm di spessore) sul quale inserire felci, muschi o piccole epifite (come Cryptanthus e Tillandsia spp. oppure orchidee dei generi Aerangis,Angraecum e Dendrobium) in grado di crescere “in posizione verticale” sfruttandone l’igroscopicità; d’altronde tale materiale, a tutt’oggi, è ancora di difficile reperibilità in commercio.

Per acquaterrari di grandi dimensioni attraente quanto affascinante si rivela la realizzazione di una piccola cascata; l’acqua, aspirata da una comune pompa ad immersione con flusso regolabile nascosta sul fondo, viene condotta in alto e, qui, rimessa in circolo o direttamente sul pannello di fondo oppure, attraverso un tubicino forato, in maniera da generare un piacevole effetto pioggia.

La costruzione di piccole terrazze, idonee a tal fine le cortecce di sughero ricurve ad “U”, sulle quali collocare piante che necessitano di una maggiore quantità di substrato, ad esempio talune orchidee (Phalaenopsis spp., Cambria spp.), contribuisce a dare un effetto realistico e naturale a tutto l’ambiente. Ottimi risultati, inoltre, si ottengono adoperando tronchi provvisti di qualche cavità da riempire con piante, quali le Bromeliacee dei generi Vriesea, Neoregelia, Nidularium e Guzmania. Noci di cocco rotte a metà e opportunamente incastrate tra i tronchi completano l’arredamento risultando valide sia come “vasi naturali” dove alloggiare ulteriori piante, sia come raccolte d’acqua sospese, sfruttate da alcuni anfibi come nursery.

Ricreando un simile microambiente si potrebbe riuscire a dar vita, tra le quattro pareti domestiche, a un isolato “mondo perduto”, come raccontato nel famoso romanzo di Arthur Conan Doyle.

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