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I POPOLI DELLE FORESTE TROPICALI

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CUSTODI DELLE FORESTE

Le foreste pluviali ospitano popolazioni tribali che fanno affidamento sulla vegetazione che li circonda per il cibo, il riparo e le medicine. Oggi giorno però veramente pochissimi abitanti della foresta vivono in maniera tradizionale. La maggior parte è stata spostata in colonie esterne o è stata costretta a cambiare il proprio stile di vita secondo le esigenze dei vigenti governi.

Della restante popolazione delle foreste, l’Amazzonia ne detiene la più ampia popolazione, nonostante anche questa gente abbia ormai subito l’impatto con il mondo moderno. Pur infatti continuando ad usare la foresta per la caccia e per i raduni , la maggior parte degli Amerindi , così vengono chiamate queste popolazioni, coltiva le culture del luogo ( banane, riso, etc.) ma fa anche uso di merci occidentali ( come utensili di metallo, tegami, e pentole), e fa regolari spostamenti verso i villaggi o le città per procurarsi cibo e merci al mercato. Ma ancora oggi la popolazione delle foreste ci può insegnare molto su di queste. La loro conoscenza delle piante medicinali usate per curare le malattie è unica e grandissimo è il loro interesse per l’ecologia delle foreste. In Africa alcuni abitanti della foresta sono meglio conosciuti come pigmei. Il più alto tra questi ,chiamato Mbuti, spesso non supera il metro di altezza. I pigmei sicuramente si muovono nella foresta più facilmente delle popolazioni più alte.

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Le popolazioni delle foreste usano pitture corporali, tatuaggi, scarificazioni come sorta di amuleti magici per proteggere gli orifizi del corpo – bocca, orecchie, ano, ombelico, organi genitali – che sono spazi indifesi da cui potrebbero subdolamente introdursi gli spiriti maligni portando malattie e spesso la morte.
Proteggono, con collane, bracciali e orecchini le strutture fisiche più fragili come braccia, polsi, ginocchia, caviglie utilizzando i materiali del proprio territorio: piume, ossa, conchiglie, bacche selvatiche, pietre colorate. Inventano, soprattutto per le celebrazioni rituali, un “abbigliamento” di grande impatto semiotico che denuncia aggressività, difesa, sessualità, appartenenza alla tribù. L’esibizione della potenza virile serve a difendere il “gruppo”, quella sessuale a garantirne la continuità e tutte, nel “travestimento”, trovano il loro visibile scopo. I popoli della foresta, sono cacciatori e raccoglitori, ma molto spesso hanno anche complesse relazioni con altri popoli agricoltori con i quali barattano la selvaggina con cibo e utensili. Hanno una profonda conoscenza delle specie forestali da cui traggono cibo, medicine e utensili. Le forme sociali sono sempre molto sviluppate all’interno delle tribù e le relazioni si manifestano con comportamenti di aiuto reciproco e complesse danze rituali. L’abilità nella danza dei pigmei era addirittura nota e molto apprezzata presso i faraoni egizi. Ogni foresta ha selezionato un gruppo etnico: i piccoli pigmei vivono nella fitta, calda e umida giungla dell’Africa Centrale; i mitici tagliatori di teste Dayak popolano il Borneo; gli Indios Yanomane e Guaymi, l’Amazzonia. Tutti appaiono accomunati da caratteristiche fisiche simili (la piccola statura, per esempio).
Segniamoci questi nomi e mandiamoli a memoria: ognuna di queste tribù ha legato la propria sorte a quella delle foreste e per entrambi il futuro è quanto mai incerto.

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I POPOLI DELL’AMERICA LATINA
Le foreste pluviali dell’America Latina e le sponde ricche di vegetazione dei fiumi che attraversano le vicine savane di altura, costituiscono un territorio popolato da circa un milione di Indios, divisi in 300 gruppi etnici e tribali. Nonostante la foresta offra spontaneamente frutti di vario tipo, quasi tutti gli alimenti vengono coltivati dagli Indios, la cui economia dipende esclusivamente dall’agricoltura. Essi ricorrono alla caccia e alla raccolta solo per integrare il raccolto. Giardini in prossimità delle case o piccole piantagioni isolate producono tè, tabacco, erbe alimentari e curative, oltre a manioca e alla patata, coltivati ricavando nella foresta piccoli appezzamenti con il sistema del “taglia e brucia”. Da sempre, i gruppi indigeni cambiano residenza durante l’anno: possono essere organizzati in piccoli nuclei isolati o in grossi gruppi, ma si spostano sempre seguendo abitudini rigidamente consolidate, in modo da rispettare una sorta di “diritto di terra”. Gruppi relativamente piccoli resistono ancora oggi alla penetrazione del mondo sviluppato e sono in grado di difendere i confini dei loro territori e mantenere un relativo isolamento, anche grazie al loro temperamento fiero e pronto allo scontro diretto. Altri gruppi, invece, sono coinvolti in aspre contese per difendere il loro diritto alla terra dalle pretese di industrie e trafficanti di varia origine e spesso ne risultano perdenti.

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GLI INDIOS DELL’AMAZZONIA
Gli Indios dell’Amazzonia nel XVI secolo erano circa cinque milioni, oggi sono poco più di 200.000. Per ogni secolo di storia un milione di Indios è stato ucciso. Il primo popolo ad estinguersi fu quello dei Tupinambà, poi quello dei Tupiniquins, dei Tamoios, e così via. Ma le cronache pubblicate dagli storici portoghesi dell’epoca raccontano come a causa della schiavitù o dello sterminio sistematico vari gruppi indigeni siano scomparsi, sin dai primi anni dopo la conquista, senza che la storia abbia potuto registrare i loro nomi. Nonostante che papa Paolo III, con una bolla papale del 1537, dichiarasse che gli Indios erano “veri uomini”, le brutalità contro di loro continuarono. Nel 1644 Pedro da Costa incendiava 300 villaggi uccidendo 800 indios; Benito Maciel Parente, da parte sua, dichiarava di aver ucciso 15.000 Tapajos in un solo giorno, mentre Belchior Mendes de Morasi arrivò ad ucciderne, secondo quanto da lui sostenuto, sempre in un solo giorno, 20.800. Nell’Ottocento, con la scoperta del caucciù i “seringueros”, che distillavano dall’Hevea Brasiliensis la gomma, arrivarono in gran numero nella foresta: fu la distruzione. Gli Indios dovettero lavorare in maniera disumana ed ogni tortura e maltrattamento erano ammessi su di loro. Un tale, di nome José Fonseca imponeva ai suoi uomini spedizioni punitive contro i nativi e Armando Normand organizzava, per sé e i suoi amici, macabre competizioni di tiro a segno con le sagome viventi degli Indios. Finita epoca del caucciù, giacché lord De Wickam era riuscito, dopo aver rubato i semi dell’albero della gomma, ad ottenere intere piantagioni in Malesia, iniziò quella dei garimpeiros, i cercatori d’oro, e poi quella dei grileiros, trafficanti di terreni, dei castanheiros, raccoglitori di noci, dei madheiros, cercatori di legni pregiati, e così via… Le vittime, però, erano e sono sempre le stesse: gli Indios.

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Gli Indios vivono nella foresta amazzonica. Si tratta di gruppi umani diversi stanziati in America in momenti successivi nelle regioni più impervie dei bacini dei grandi fiumi.

Sono i discendenti dei gruppi umani che giunsero fra i primi nelle Americhe provenienti dal nord. Vivono in capanne di frasche e dormono su un’amaca. L’amaca è un tessuto di fibre che viene teso da un albero all’altro. Gli Indios vanno sempre in giro nudi ma si adornano di splendide piume.

Gli Indios dell’Amazzonia praticano forme primitive di agricoltura, tuttavia preferiscono spostarsi in cerca di selvaggina e di pesce, poiché i fiumi dell’Amazzonia sono molto pescosi. I pesci vengono trafitti a colpi di freccia dalla riva della barca con un’abilità incredibile. Per migliaia di anni gli indigeni della foresta hanno vissuto rispettando l’equilibrio naturale: essi bruciavano sì tratti di foresta per liberare il terreno dove dovevano costruire un villaggio o una fattoria, ma questo non ha provocato danni durevoli nella foresta. Nelle pause della caccia e della pesca gli uomini si incaricano del disboscamento e compiono le operazioni di semina o di trapianto. Le donne raccolgono non solo i prodotti dell’orto, ma anche quelli spontanei, compresi molti tipi di vermi e insetti. La loro conoscenza delle proprietà delle differenti piante si estende anche all’ uso di numerose piante medicinali; si è infatti scoperto che presso la tribù degli Yanomami nel nord ovest dell’Amazzonia la schizofrenia e altri disturbi del sistema nervoso venivano curati con erbe mediche.

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Gli indigeni traggono i loro mezzi di sussistenza delle centinaia di piante presenti nella zona. I loro utensili sono in legno, in osso e in pietra e testimoniano una notevole povertà artigianale, sufficiente però a preparare armi efficaci. L’arma caratteristica delle popolazioni indigene amazzoniche è la cerbottana, lunga canna dalla quale con la forza del fiato si espelle un dardo capace di uccidere uccelli e piccoli mammiferi. La cerbottana viene fabbricata con un tronco sottile di palma lunga 3 o 4 m che viene svuotato dal midollo interno. La base dell’economia amazzonica è dato da un’orticoltura primitiva senza sedi fisse. La pianta di gran lunga più importante è la manioca, seguono le patate dolci, la canna da zucchero, legumi vari, banane, zucche, mais, tabacco.

Un  tempo era assai diffuso il cannibalismo. Venivano mangiati i prigionieri di guerra, specialmente tra le tribù del Brasile, sia per scopi magico-propiziatori, sia per sopperire alla mancanza di sali.

Infatti la carne umana è particolarmente ricca di sali  che nella foresta non esistono. Ormai i riti di cannibalismo non vengono più praticati, anche perché sono previste pene severissime. Nel villaggio non manca  mai la casa delle cerimonie, riservata agli uomini, che custodisce le misteriose maschere di paglia indossate nelle danze.

Le pitture del corpo, spesso a strisce verticali, sono molto diffuse, le cicatrici ornamentali si limitano a due circoli, uno sotto ciascun  occhio. Questi vengono prodotti sui volti dei giovanotti di entrambi i sessi, durante i riti della pubertà, dal medico-stregone,  con l’orlo della sua pipa di terracotta. Gli Indios della foresta credono nella trasmigrazione delle anime.

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I POPOLI DELLE FORESTE AFRICANE
Per secoli gli europei hanno creduto che le foreste tropicali dell’Africa Centrale fossero inospitali e insidiose. In realtà, nel cuore della foresta, in Zambia, Camerun, Gabon, Congo e Repubblica Centrafricana, vivono popolazioni che considerano la foresta come una dimora protettiva e generosa. Sono tribù di cacciatori e raccoglitori dalla bassa statura e dalla muscolatura poco possente per meglio adattarsi all’ambiente. Recenti studi hanno messo in evidenza che le loro condizioni nutritive sono migliori di quelle di altri popoli dell’Africa sub sahariana. Vivono abitualmente in gruppi di 15-60 persone che cacciano e raccolgono prodotti vegetali e miele. Conoscono perfettamente la foresta e i suoi abitanti, sia animali che vegetali. In particolare sono in grado di sfruttare le proprietà specifiche di migliaia di piante, che usano per nutrirsi, produrre veleni, alleviare dolore, curar l ferite e gli stati febbrili. I prodotti della foresta vengono raccolti in cesti, portati sulla schiena soprattutto dalle donne, in grado di sopportare pesi pari alla metà del loro peso corporeo. Il dono più prezioso della foresta, detto anche “oro liquido”, è il miele che viene raccolto anche a 30 metri dal suolo arrampicandosi con liane e lacci. Gli uomini portano con sé un tizzone ardente racchiuso in grandi foglie, il cui fumo viene utilizzato per stordire le api. Alle donne e ai bambini è riservato il ruolo di raccoglitori.
I popoli africani della foresta più rappresentativi sono i Mbuti, gli Twa, i Baka e gli Aka. In particolare i Mbuti hanno ideato una tecnica di caccia molto particolare: tutti gli uomini della tribù, disposti l’uno accanto all’altro, alzano le reti in modo da formare una specie di trappola semicircolare, lunga anche parecchi metri. Le donne, con l’aiuto dei cani, sbattono rumorosamente gli arbusti e spingono gli animali verso la rete. Gli uomini attendono in piedi, pronti a colpire gli animali che rimangono intrappolati. I Baka e gli Aka utilizzano invece arco e frecce, strumenti più recenti rispetto all’antica balestra. Le frecce sono intrise di una sostanza che paralizza la preda senza avvelenarla.

Ogni gruppo – i Twa, gli Aka, i Ba’Aka e i Mbuti – è un popolo distinto, dotato di una sua lingua, ma tutti hanno una parola che li accomuna: jengi, ovvero spirito della foresta.

I “Pigmei” si arrampicano su alberi altissimi alla ricerca di miele e sanno imitare gli animali così bene da riprodurre perfettamente il verso di un’antilope in difficoltà per indurne un’altra a uscire dal sottobosco.

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I PIGMEI

Storia del più antico popolo della foresta

I pigmei sono molto probabilmente la popolazione più antica che abbia abitato le foreste equatoriali e tropicali africane.
Sui monumenti egiziani del secondo millennio a.C. compaiono notizie scritte nelle quali i Pigmei sono chiamati “Danzatori degli Dei” per la loro grande abilità nella danza.
I Pigmei hanno sempre ben accolto le popolazioni Bantu giunte nell’area tropico-equatoriale verso l’anno 1000 d.C., stabilendo con loro rapporti di scambio per baratto dei prodotti della caccia con i prodotti dell’agricoltura, praticata dai Bantu. Con il passare del tempo questo rapporto su base di parità si deteriorò a svantaggio dei Pigmei, perché i Bantu, profittando della loro superiorità tecnologica (arte metallurgica ignota ai Pigmei, nonché la tecnica agricola, poco nota e per nulla praticata dai Pigmei) ridussero in servaggio e spesso in schiavitù i Pigmei.
Soltanto in questi ultimi decenni, grazie all’intervento di missionari e antropologi, i Pigmei cominciano a godere di nuovo, ma a poco a poco, dei loro diritti umani, pur tra gravi violazioni ancora attuali di tanti loro diritti.

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Le popolazioni pigmee sono distribuite lungo tutta la zona tropico-equatoriale di questi stati: Camerun, Repubblica Centro-Africana, Gabon, Repubblica Popolare del Congo (capitale: Brazzaville), Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire, capitale: Kinshasa), EST Uganda e EST Ruanda (regione del massiccio del Ruwenzori e dei vulcani che delimitano il confine tra Uganda/Ruanda e la R.D. del Congo).
Alcune popolazioni Pigmee: BAKA (Camerun), BABINGA (Gabon), BAMBUTI-BASHWA-BAEFE. BAPOO, BALESE (R.D. del Congo), BATWA (Uganda-Ruanda), ecc.

La foresta equatoriale in cui vivono i Pigmei può essere di due tipi:
a) FORESTA PRIMARIA: con alberi ad alto fusto (30-50 metri) e a distanza ravvicinata tale da formare in alto un tetto quasi impenetrabile ai raggi diretti del sole; il sottobosco è poco denso e principalmente formato dai polloni dei grandi alberi. La temperatura media si aggira tra i 25/32 °C diurni e i 15/20 °C notturni, con una umidità costante tra il 77 e il 99%.
b) FORESTA SECONDARIA: è quella rispuntata in quelle zone di foresta primaria abbattuta dall’uomo a scopo agricolo o abitativo ed in seguito abbandonata. In essa crescono pochi alberi ad alto fusto e molti alberelli, cespugli ed erbe di sottobosco: è in questo tipo di foresta (secondaria) che c’è sottobosco fitto, perché il precedente disboscamento ha liberato l’accesso per via aerea (vento ed uccelli) ai semi di molte altre specie di piante vegetali.

Nella foresta in cui vivono i Pigmei, vive anche un certo numero di animali tipici di quell’ambiente: leopardi, okapi, elefanti, antilopi di svariate famiglie, scimmie di ogni tipo e taglia, serpenti in buona parte velenosi ed alcuni velenosissimi (cobra nero, cobra nero e verde, vipere ecc.) e numerosi tipi di animali piú o meno piccoli di sottobosco (istrici, ricci, pangolini piccoli e grandi). Numerose sono le famiglie di formiche, tra le quali, le piú note sono le termiti divoratrici di legno, abiti di stoffa o di pelli; le formiche rosse divoratrici di animali, pesci e insetti e anche dell’uomo se non fugge; i formiconi neri e velenosi, le formichine rosse che sono le sole in grado di mettere in fuga le formiche rosse carnivore, ecc.

Nella foresta crescono anche alberi “preziosi” come il mogano, il teak e l’ebano, tutti ottimi per mobili di alto valore.

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CHI SONO I PIGMEI

Il nome di Pigmeo deriva dalla parola greca “pygmâios” = alto un cubito, cioè piccolo. Infatti gli uomini sono alti in media 140cm e le donne 130cm.
Essi non sono di razza nera, come si crede comunemente, ma sono una razza a sé, dal colore della pelle marrone chiaro; comunque è da tener presente che la categoria antropologica di razza oggi non viene piú accettata dalla scienza, eccettuati coloro che hanno ancora dei pregiudizi razzistici.

In pratica possiamo dire che i Pigmei sono un insieme di popoli che fisicamente sono di piccola statura e di colore marrone chiaro e che vivono nelle foreste tropico-equatoriali africane nell’arco che va dal Camerun ai massicci montuosi e vulcanici che fanno da spartiacque tra il bacino del fiume Congo e gli altipiani ad Est di detti massicci e vulcani.

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COME VIVONO I PIGMEI

L’ABITAZIONE
I Pigmei vivono in villaggi detti piú propriamente accampamenti, che sono di due tipi:
IL VILLAGGIO vero e proprio, situato vicino ad un villaggio di agricoltori (bantu loro padroni) con i quali fare scambio/baratto dei prodotti della caccia – pesca – raccolta frutti della foresta, con i prodotti agricoli dei bantu ed anche con prodotti tessili e altri manufatti artigianali.
L’ACCAMPAMENTO DI CACCIA: capanne di rami e foglie costruite nelle zone di caccia, in piú accampamenti distanti circa un’ora di marcia l’uno dall’altro, secondo le esigenze della caccia.

Ogni gruppo di Pigmei comprende circa 60-80 persone, cioè 10-15 famiglie (circa sei membri per famiglia in media: papà, mamma e almeno 4 figli vivi, cioè devono metterne al mondo 7-8 per averne vivi in etá adulta almeno 4-5, data l’alta mortalità infantile e la dura selezione naturale che la foresta impone!). Perciò ogni villaggio è composto di 15-20 capanne delle quali 10-15 sono abitazioni di singole famiglie e le altre per usi sociali diversi: una per i ragazzi e una per le ragazze dall’altra parte del villaggio, una senza muri (tettoia) per la vita comunitaria del villaggio (tribunale, scuola, incontri per canti e racconti popolari, conversazioni serali attorno al fuoco, consigli comunitari ecc.); infine talvolta una per gli ospiti di passaggio.
Le capanne del villaggio o dell’accampamento sono disposte a cerchio attorno alla barza (tettoia), lasciando uno spazio abbastanza largo per le danze.

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Le capanne sono costruite cosí:
quelle dell’accampamento di caccia sono circolari, di un diametro di circa 3-4 metri ed alte circa 1,5-2 metri. L’entrata è volta al centro dell’accampamento e viene chiusa per aprirla sul retro quando la famiglia che vi abita ha dei diverbi seri col gruppo, e viene riaperta verso il centro del campo solo dopo la riappacificazione. Queste capanne sono costruite con rami o alberelli (FITU) conficcati nel terreno ed intrecciati insieme nel punto di incrocio alla sommità della capanna a semisfera. Su questa prima intelaiatura vengono intrecciati altri “fitu” lungo tutta la circonferenza e orizzontalmente; su questi “fitu” vengono infine infilate le foglie tipo “mangungu” lunghe anche oltre un metro e larghe circa 50-60 cm, intagliando prima il gambo in modo da fissarlo così sul “fitu”. Si parte dal basso verso l’alto, cosi che lo strato superiore copra la parte alta delle foglie (un po’ come le scaglie dei pesci), onde impedire alla pioggia di penetrare dentro alla capanna. Questo tipo di capanna può durare uno o due mesi in condizioni d’una abitabilità limitata a rifugio per la notte: i Pigmei non vivono nelle capanne (così anche i Bantu delle zone rurali) ma all’aria aperta. La pioggia è soltanto una gradevole occasione di una doccia ristoratrice, dato che la pioggia è per lo più un temporale violento ma di non più di due ore, dopo le quali il sole equatoriale asciuga rapidamente i corpi o i vestiti.
Le capanne del villaggio sono invece di pianta rettangolare, lunghe circa 5-6 metri, larghe circa 3-4 metri ed alte circa 2-2,5 metri. Si comincia col piantare sul perimetro una fila di pali a circa 20 cm di distanza l’uno dall’altro. Questi pali detti “NGUZU” sono di alberelli grossi come un braccio di ragazzo e di specie d’alberi resistenti a lungo all’opera devastatrice delle termiti. Su questi pali vengono legati orizzontalmente sia all’interno che all’esterno del perimetro dei “fitu”, legatura fatta con liane di foresta (di liane esistono centinaia di tipi) e la gabbiatura così ottenuta serve a sostenere il fango dei muri postovi a mano in un solo giorno e da tutta la comunità riunitasi a tale scopo. Il tetto è costituito da una carpenteria di pali leggeri (detti MAKOMBOMOJA) fissati al centro sulla MWAMBA, che sarebbe il pignone e sui pali dei muri, sempre con liane. Orizzontalmente si legano dei “fitu” distanti circa 10-15 cm l’uno dall’altro e sui quali saranno fissati con i gambi le foglie “mangungu”, come nella capanna tradizionale sopra descritta. (Attualmente nei villaggi che accettano di partecipare al Progetto Pigmei di P. Antonio Mazzucato, queste capanne sono ricoperte di “onduline” dette MANJANJA, lamiere ondulate di 3 metri di lunghezza e 90 cm di larghezza).

camerun-usanze-e-costumi_2aac70a74ffd5bf6930e6e837a7b82d8Nelle capanne non c’è alcun mobile né suppellettile, riducendosi anche il letto a una o due grandi foglie di banano stese a terra, attorno al punto centrale della capanna, dove di notte si alimenta un piccolo fuoco o braci dormendovi tutti attorno in semicerchio e normalmente nudi o quasi. I vestiti vengono appesi a corde di liane tese tra i pali dei muri. (I Pigmei che partecipano al Progetto hanno anche coperte o vestiti pesanti per la notte, ed è previsto di fornire loro dei letti fabbricati da quelli che stanno imparando l’arte del falegname nella scuola di falegnameria del Progetto). Pentole e tegami vari sono deposti a terra in un angolino, quando non li si lascia tranquillamente fuori, sul luogo dove abitualmente si cucina il cibo quotidiano.

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LA SOCIETÁ PIGMEA

La società pigmea è costituita e basata solo sulla famiglia, anzitutto la famiglia “nucleare” (padre, madre e prole) poi dalla famiglia “allargata” o parentado (nonni/e, zii/e, cugini/e), che ha un ruolo subalterno a quello della famiglia nucleare. Nella cultura sociale dei Pigmei il valore supremo è la PERSONA-INDIVIDUO al cui servizio è posta la famiglia nucleare così come al servizio di questa è posta la famiglia allargata o parentado. (Nella società bantu è invece l’individuo al servizio della famiglia e questa al servizio del parentado e questo al servizio del clan, mentre invece “il clan” non ha alcun peso nella società dei Pigmei).
– Nella famiglia pigmea vige la parità dei diritti tra uomo e donna pur nella diversità delle funzioni ed attività. L’uomo non ha diritto di decidere o comandare né così la donna, ma decisioni ed ordini sono presi previo accordo dei due; senza tale accordo ognuno agisce secondo il proprio parere, ma senza imporlo né imporsi alla controparte…
n.b.: La costruzione della capanna tradizionale (circolare) è compito e soprattutto diritto esclusivo della donna, cui spetta anche la scelta del luogo dove costruire. Cuocere il cibo invece può essere fatto sia dalla donna che dall’uomo, secondo i bisogni del momento.
– L’educazione dei figli/e è compito di tutti e due i genitori diversificandosi in “papà-ragazzi e mamma-ragazze” verso i 5 anni.
– Ragazzi/e vicini alla pubertà vengono alloggiati in rispettive capanne sotto la sorveglianza di un anziano, onde evitare contatti “prematrimoniali” immaturi ed eugeneticamente pericolosi per il gruppo.
– Per le ragazze giunte a maturità sessuale (alla comparsa delle prime mestruazioni) si fa una danza notturna comunitaria, in cui i ragazzi e le ragazze mimano il corteggiamento reciproco sotto lo sguardo sorridente e compiaciuto degli adulti. Alla ragazza sarà inciso sul petto un tatuaggio segnalante la sua maturità sessuale e quindi la disponibilità al matrimonio.

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IL MATRIMONIO:
– Nella società africana ed anche pigmea è sempre il maschio che cerca la femmina: “E’ l’antilope che va all’acqua e non viceversa!” dice un aforisma africano.
– Il ragazzo va a cercare la ragazza in quei villaggi che non abbiano sicuramente alcun legame di parentela diretta né indiretta (questa almeno fino a cugini di 5° grado), dato che il ridotto numero di membri di ogni gruppo rischierebbe di deteriorarsi rapidamente sul piano genetico (nascita di figli/e fisicamente o psichicamente menomati) in matrimoni tra consanguinei.
– Messisi d’accordo i due “fidanzati”, il ragazzo ne informa la famiglia che a sua volta, dopo inchiesta sulla “moralità” della famiglia della ragazza (la cui famiglia fa discretamente la stessa inchiesta sulla famiglia del ragazzo) informa la famiglia e il villaggio della ragazza che hanno una ragazza da inviare sposa da loro, se così piace loro. Questo significa che oltre ai “regali” al papà e alla mamma della ragazza”, invece della “dote” di prassi presso di Bantu, i Pigmei fanno scambio di persona, così da mantenere stabile il numero degli abitanti nei rispettivi villaggi. Questo numero è imposto sia dal fatto che ogni gruppo ha a disposizione un’area vitale di foresta per il suo sostentamento (= cibo) sufficiente per 60-80 persone, cioè quante necessarie per una caccia comunitaria fruttuosa; sia, appunto, dalla tecnica di caccia.
Una volta siglato l’accordo anche tra le due famiglie, i ragazzi e le ragazze del villaggio del fidanzato vanno al villaggio della ragazza a passo di danza e di canti nuziali. Con loro anche i ragazzi/e del villaggio della ragazza accompagnano costei e resteranno al villaggio del ragazzo fino al giorno delle nozze vere e proprie.
Il giorno delle nozze saranno presenti tutti i parenti e amici d’ambo le parti ed avverrà lo scambio pubblico delle due ragazze ai rispettivi sposi, o la ragazza del villaggio del ragazzo, al fidanzato del villaggio della sposa. E si danzerà tutto il giorno e tutta la notte…: è la finale pratica del matrimonio pigmeo riecheggiante le parole finali delle nostre fiabe “… e vissero felici e contenti..”

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– VITA MATRIMONIALE E DI FAMIGLIA
Come detto sopra, nel matrimonio dei Pigmei vige la parità di diritti tra uomo e donna pur nella diversità dei compiti. Per esempio: la costruzione della capanna tradizionale (circolare) è compito proprio della moglie che sceglie anche il posto dove costruirla, così che il sito dell’accampamento/villaggio è scelto dalla donna. L’uomo può collaborare ma non imporre alcuna scelta in materia.
Per la costruzione invece delle capanne rettangolari con i muri di fango, gli uomini sono incaricati del taglio e messa in sito dei pali, sia dei muri che del tetto, così come della raccolta in foresta delle liane e del taglio dei “fitu” per la gabbiatura. Il taglio invece delle foglie di copertura del tetto è compito delle donne, ma sono poi gli uomini a fissarle sul tetto. Infine per la messa in gabbia del fango nella gabbiatura dei muri, gli uomini hanno il compito di preparare il fango e le donne del trasporto dell’acqua, dal fiume o dalla sorgente, per l’impasto del fango fatto dagli uomini. Donne e uomini infine fisseranno il fango nelle gabbiature dei muri.
I rapporti tra marito e moglie sono retti da rigorose norme sociali di cui le principali sono:

I. – rigorosa eterogamia: come detto sopra esiste interdetto rigoroso dell’incesto, del rapporto omosessuale. Da ricordare che è interdetto anche il matrimonio fra cugini fino al 5° grado!

II. – Il numero dei figli è calcolato in base al numero di abitanti del villaggio che, come detto sopra, deve restare costante sui 60-80 individui per esigenze di sopravvivenza del gruppo nella sua area vitale di foresta e di tecnica di caccia. A questo scopo concorrono due fattori:
– la selezione naturale rigorosa imposta dalla vita di foresta: la mortalità infantile (0-5 anni) si aggira sul 40%; perciò per avere 4 figli vivi e adulti, bisogna metterne al mondo 7-8 almeno!
– il distanziamento di una nascita dall’altra, sia con l’astensione ai rapporti sessuali tra marito e moglie da quando questa è incinta fino all’età di 2-3 anni del bimbo, sia con l’uso di preparati vegetali (farmacopea tradizionale), che regolano la fecondità della donna e in certi casi anche dell’uomo e ciò senza alcun pericolo di cancro come sembrano provocare i contraccettivi ed anticoncezionali della farmacopea occidentale.

III. – educazione e formazione dei figli/e:
– Nel periodo dell’infanzia (0-4/6 anni) è ugualmente compito di tutti e due i genitori.
– Nel periodo della fanciullezza e dell’adolescenza le madri si dedicano principalmente alle bambine e i padri ai bambini, senza con questo lasciare d’interessarsi anche agli altri figli/e.

L’educazione-formazione è basata su tre principi:

1. LIBERTÁ: lasciano il bambino imparare facendo le esperienze dirette delle persone, delle cose, dell’ambiente, senza mai escluderlo dalle attività degli adulti sia al villaggio che alla caccia in foresta ed intervenendo soltanto non per impedire ma per insegnare l’uso corretto anche delle cose pericolose, come il machete, l’arco e la lancia, il fuoco e gli attrezzi di cucina (coltelli e tegami). Così si può vedere un bimbo/a anche di soli due anni col machete in mano… senza che la mamma glielo tolga precipitosamente di mano sgridandolo anche (!: come fanno qui troppi genitori superprotettivi).

2. INIZIATIVA: i bimbi sono stimolati a prendere le più svariate iniziative nella conoscenza ed apprendimento della vita sia del villaggio che della foresta e delle attività quotidiane della vita sia individuale (educazione sessuale) che sociale (attività venatorie). Il tutto s’impara soprattutto “GIOCANDO” sia tra bambini/e che con gli adulti,che non giocano con i bambini per far loro piacere (le mamme non fanno mai ridicoli bamboleggiamenti ai figli/e né storpiano mai le parole imitando il bambino/a!) ma giocano “seriamente” come i bambini, perché per i Pigmei IL GIOCO E IL RIDERE SONO COSA SERIA!

3. RESPONSABILITÁ: il bambino/a impara presto che ogni sbaglio in foresta ha come immediata ed inevitabile conseguenza la punizione che è fisica: se marciando non guardo attentamente dove metto i piedi posso anche pestare un serpente che mi morderà immediatamente; se non guardo dove metto la mano sulla vegetazione, posso toccare una liana spinosa e velenosa che immediatamente mi ferisce e mi inocula il suo veleno almeno dolorosissimo quando non è addirittura mortale. LA FORESTA NON CONOSCE PERDONO NE’ AMMETTE IGNORANZA DELLE SUE LEGGI, NE’ TANTOMENO LA LORO VIOLAZIONE. Così nella vita tra i Pigmei, che dalla foresta traggono tutto il necessario alla sopravvivenza ed al sostentamento quotidiano, da ottenere nella conoscenza e nel rispetto delle leggi della foresta.
Oggetto dell’educazione/formazione:
– la vita familiare, ivi compresa l’educazione sessuale oggi impartita esplicitamente in un periodo di almeno un mese che gli adolescenti trascorrono in foresta sotto la guida di un anziano per la cosiddetta “INIZIAZIONE”, nella quale il ragazzo viene introdotto alla conoscenza delle tradizioni claniche e tribali. Da notare che è sempre un anziano non-pigmeo e delle tribù “padrona” che presiede tale iniziazione, prova che essa non è di tradizione originaria pigmea ma bantu, perché solo un appartenente al clan o alla tribù avrebbe il diritto di partecipare a tale pratica.
– le tecniche di caccia, pesca e raccolta dei prodotti spontanei della foresta (miele, funghi, insetti, erbe, radici e frutti commestibili); giochi di gruppo.
– tecnica di costruzione dell’abitazione per le ragazze quanto alla capanna circolare, per tutti per l’altro tipo di capanna;
– danze e canti e tecnica di suonare il tamburo,
– TEMPO DI EDUCAZIONE/FORMAZIONE: dalla nascita al matrimonio.

Ugandan pygmies perform a traditional dance after an unsucessful monkey hunt in Bundibugyo

L’ECONOMIA

– I Pigmei si procurano il cibo per la loro sussistenza con la CACCIA, la PESCA, la RACCOLTA dei prodotti spontanei della foresta.
– I Pigmei si procurano i mezzi per la caccia, la pesca, la raccolta dei prodotti spontanei della foresta, la costruzione delle abitazioni, i vestiti e tutte le attività sia individuali sia comunitarie, tutto da quanto la foresta offre in liane, legno, pellami, ossa, argille, ecc., in pratica i Pigmei dalla foresta traggono non solo il cibo ma tutto il materiale necessario alla confezione degli attrezzi indispensabili per cercare e procurarsi il cibo e tutto ciò che renda possibile la sopravvivenza in foresta.
– I Pigmei si procurano il cibo giorno per giorno, in pratica solo nella quantità sufficiente per una giornata; sia perché non hanno tecniche di conservazione del cibo per più di una giornata, sia perché non praticano un commercio di profitto ma solo di sussistenza proprio per la deperibilità dei prodotti di foresta, e per scelta culturale.
– IL LAVORO E’ QUINDI SOLO IN ORDINE ALLA SUSSISTENZA (si lavora per vivere e non si vive per lavorare!) e ALLA SUSSISTENZA QUOTIDIANA, non per produrre dei beni di consumo e dei profitti economici o sociali diversi dalla sussistenza. Non esiste il diritto di proprietà né privata, né pubblica. C’è il diritto di usufrutto del prodotto del proprio lavoro.
LA CACCIA: si effettuano due tecniche di caccia, quella individuale e quella comunitaria.
CACCIA INDIVIDUALE: è compiuta da un solo individuo armato di lancia o di arco o di tutti e due insieme e accompagnato da un cane da caccia. I cani dei Pigmei sono piccoli, a pelo raso, probabilmente di origine dai levrieri arabi, ma spesso anche dai cani dei colonizzatori europei. Il cane scova la piccola selvaggina del sottobosco e la preda viene colpita da vicino a causa della folta vegetazione. Il frutto di tale caccia appartiene interamente al cacciatore e alla sua famiglia.
CACCIA COMUNITARIA:
– è effettuata da tutti gli abitanti del villaggio/accampamento, compresi i neonati portati dalle mamme sul dorso.
– Dura anche un mese o due o più.
– Si abbandona il campo vicino al villaggio dei Bantu e si va nella zona di caccia riservata a quel gruppo di Pigmei, nella quale nessun altro avrebbe diritto di caccia senza il permesso di questo gruppo. Non si tratta di “proprietà-possesso” del territorio, ma di area vitale, in quanto solo Dio ha diritto di proprietà essendo soltanto Lui il Creatore.
– Nella zona di caccia esistono più accampamenti di capannucce circolari, a distanza di circa un’ora di cammino l’uno dall’altro.
– Appena giunti nella zona di caccia ci si raduna tutti in cerchio attorno ad un alberello ai piedi del quale ciascuno depone una pietra; si canta tutti insieme un canto agli antenati, dicendo loro: “Vedete che i vostri figli non vi hanno dimenticato, ma sono tornati là dove siete sepolti, in cerca di cibo. Chiedete a Dio che ci faccia trovare la selvaggina abbonante per il cibo e per lo scambio di altre cose di cui abbiamo bisogno”. Se c’è tra di loro una donna incinta, questa si volta verso l’esterno del cerchio e dice con tono di nenia: “Voi, nostri Antenati, ci vedete qui con voi e vedete come non abbiamo cessato di continuare la vita ricevuta da voi. Dite a Dio che possiamo coltivarla sempre come il fiore dal quale le api produrranno il miele”.
– La caccia viene effettuata di volta in volta nei tratti di foresta attorno all’accampamento, in modo da battere tutta la zona circostante in una o due settimane, dopo le quali si va ad un altro accampamento, e così di seguito fino ad aver percorsa tutta la zona di caccia riservata a quel gruppo di Pigmei. Ciò è dovuto al fatto che la selvaggina fugge dalle zone dove si sia effettuata una o due battute di caccia, ma nello stesso tempo non esce fuori dai confini della sua area vitale che corrisponde più o meno alla zona di caccia di quel gruppo di Pigmei.
Gli strumenti di caccia sono l’arco con frecce di legno la cui punta è imbevuta di veleno vegetale il cui effetto mortale giunge una mezz’ora circa dopo aver colpito la preda; la lancia e la rete, di cui è fornita ogni famiglia o quasi, e infine i cani da caccia. Questi sono stati addestrati fin da piccoli anche con l’inoculare negli occhi e nelle narici dei preparati vegetali (dolorosi e in presenza di pelli di vari animali, sì da creare un riflesso condizionato di aggressività contro di essi).

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Tecnica di caccia comunitaria:
– La caccia è anzitutto guidata dal capo-caccia, uno dei Pigmei particolarmente stimato come cacciatore (quindi non necessariamente il capo-villaggio!), il quale sceglie i vari posti in cui tendere le reti.
– Le reti vengono tese a semicerchio appendendole ai rami dei cespugli e alberelli del sottobosco. Gli uomini, armati di archi o di lance, si appostano dietro agli alberi vicino alla rete e dalla parte esterna del semicerchio. Le donne, i bambini e i cani chiudono il semicerchio e al segnale del capo – caccia cominciano a gridare e a battere il sottobosco con frasche, avanzando verso la rete e sospingendo così la selvaggina nascosta nel sottobosco contro la rete.
– L’animale impigliatosi nella rete, viene liberato e portato un po’ discosto da essa e lì viene ucciso, evitando che il suo sangue bagni la rete rendendola così inutilizzabile per ulteriori battute di caccia.
– Una volta uccisa, la preda viene sollevata in alto, in un gesto di offerta e di ringraziamento agli antenati e a Dio.
– Le donne possono essere armate di bastoni o del machete, essendo arco e lancia riservati agli uomini. Stessa cosa per i bambini e le bambine che partecipano alla caccia come gli adulti. I bambini ancora troppo piccoli per partecipare autonomamente alla battuta di caccia, o restano al campo affidati agli anziani, o partecipano comodamente portati sulla schiena delle mamme. Così fin dall’infanzia il bambino/a impara la caccia.
– La preda uccisa viene spartita in parti uguali tra tutti i partecipanti, ma al proprietario della rete spetta una zampa intera (coscia compresa) e a colui o colei che l’ha ucciso spetta il collo.
– Il primo giorno di caccia è di norma consumare tutte le prede uccise, in modo da cavarsi la voglia di carne. Le prede uccise nei giorni successivi saranno in parte mangiate (interiora e pelle) e in parte “bucanate” (cioè affumicate) per poterle portare al mercato del villaggio dei Bantu ed averne prodotti agricoli (manioca, riso, banane, olio di palma, pomodori, cipolle, fagioli) e sale, con cui accompagnare la carne del pasto quotidiano.
La pesca
– I Pigmei praticano la pesca come sussidiaria della caccia e non come attività principale che resta sempre e solo la caccia.
– Anche per la pesca c’è quella individuale e quella comunitaria.
– La pesca individuale è praticata indifferentemente da tutti, anche dai bambini più piccoli, come quelli di 3 – 4 anni e senza distinzione tra maschi e femmine.
– Attrezzi per pescare: anticamente erano lance con la punta di legno (le punte di metallo provengono dai Bantu). Si va di notte quando i pesci “dormono” a mezz’acqua e li si infila con la lancia. Oggi pescano anche con gli ami metallici (comprati al villaggio dei Bantu) sia di giorno che di notte. Come esca oltre ai vermi di fiume, si usano insetti vari del sottobosco, quando non si preferisce “mangiarceli noi stessi” dicono sorridendo i Pigmei.
– La pesca comunitaria è praticata soprattutto dalle donne e consiste nella raccolta dei pesciolini che si riesce ad imprigionare in stagni o pozze artificiali e prosciugate preventivamente, il tutto con ceste o con le sole mani.
– Soltanto il prodotto della pesca individuale appartiene all’individuo che lo ha pescato; il prodotto della pesca comunitaria è fraternamente condiviso con tutti i partecipanti alla pesca.

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La raccolta dei prodotti della foresta
– RACCOLTA QUOTIDIANA: è individuale ed è quella che effettuano le donne (ma possono farla anche gli uomini ed anche i bambini/e) quando vanno in foresta alla cerca di tali frutti per il pasto quotidiano.
Si raccolgono funghi, radici, erbe e frutti selvatici, piccoli animali e insetti (formiche) commestibili. Si “raccolgono” anche piccoli animali del sottobosco che si riesca a catturare, soprattutto quelli nascosti nei buchi del terreno e dei tronchi delle piante. Per evitare la morte da morso dei serpenti nascosti sovente in tali tane, i Pigmei si inoculano per via cutanea una polvere nera (preparato di una decina di erbe e radici e teste di serpenti velenosi debitamente inceneriti e amalgamati con formule e riti segreti). Tale “medicina” viene inoculata “prima” ed è efficace per uno o due mesi.
– RACCOLTA STAGIONALE: è quella del miele selvatico. Oltre al miele delle api di foresta, c’è il miele di altri insetti, tra gli altri di “api nere”, insetti che fanno l’alveare nel terreno ed il cui miele è leggermente tossico anche se dolcissimo!
Tecnica di raccolta del miele
– Attrezzi: una liana da legare scorrevole attorno al tronco dell’albero e attorno ai fianchi dell’uomo che salirà sull’albero.
– Una piccola accetta/ascia.
– Un pugno di foglie verdi con dentro alcune braci accese.
– Una sporta/borsa di fibre vegetali in cui deporre i pezzi di alveare estratti dall’albero.
– Procedimento: l’uomo sale sull’albero aiutandosi con la liana avvolta sui fianchi e sul tronco: questa scorre sul tronco verso l’alto quando si sale e verso il basso quando si scende, alternativamente col movimento dei piedi appoggiati energicamente sul tronco in modo che il corpo resti sospeso al tronco sull’appoggio dei piedi (un po’ come fanno certi rocciatori in montagna); giunto al buco del tronco dentro cui è celato l’alveare, l’uomo allarga il buco con l’ascia ed agita il pugno di foglie dalle quali esce il fumo delle braci, in modo da tener lontane le api (ma qualche ape riesce sempre a pungere l’uomo, che sopporta stoicamente il dolore, tanto è grande la brama del dolcissimo miele!). Una volta ottenuto un buco abbastanza grande per il passaggio di una mano con relativo pezzo di alveare in essa, l’uomo introduce la mano nel buco, strappa un pezzo di alveare grondante di miele e questo primo pezzo lo lancia verso la foresta, in segno di ringraziamento a Dio e agli Antenati, poi procede all’estrazione pezzo a pezzo di tutto l’alveare, riempiendosi anche la bocca di un pezzo da masticare e da rendere così più sopportabile con la dolcezza del miele il dolore della puntura delle api, e mette gli altri pezzi dentro alla sporta.
– Durata del periodo di raccolta del miele: da giugno a fine Agosto.
– Quando vanno alla raccolta del miele i Pigmei raccolgono anche altri prodotti della foresta e cacciano anche, così quando vanno alla caccia effettuano anche occasionalmente raccolta di frutti della foresta.
– N.B.: a proposito di caccia all’elefante, tradizionalmente non era un’attività abituale dei Pigmei, perché la grande quantità di carne disponibile (3/4 tonnellate) era superiore non solo ai bisogni nutrizionali del gruppo (60/70 persone) ma anche alla sua stessa capacità di consumarla tutta prima che buona parte finisse coll’imputridire con uno spreco notevole di cibo e ciò è inammissibile nella mentalità dei Pigmei come per loro è inammissibile l’omicidio: sprecare cibo o uccidere un essere umano è la stessa cosa per un Pigmeo!
– Sempre a proposito di caccia: le punte di metallo delle frecce e delle lance e il machete e le reti sono mezzi tecnici non di origine pigmea ma bantu ed è anche attraverso questa “superiorità” tecnica che i Bantu hanno potuto ridurre in “schiavitù” i Pigmei.

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STRUTTURA SOCIALE DEL VILLAGGIO PIGMEO E SUE ATTIVITÀ

– Si è detto che la società pigmea è essenzialmente basata sulla famiglia nucleare più che su quella allargata.
– Un villaggio, costituito da circa 10/15 famiglie nucleari, è quasi sempre una “famiglia allargata” in quanto i vari capifamiglia sono imparentati fra di loro o in via diretta o indiretta.
– L’AUTORIÁ che presiede alla vita del villaggio non è quindi un capo – villaggio con poteri decisionali né giudiziari, ma l’assemblea di tutti i membri del villaggio, donne e uomini adulti e bambini, con la preminenza “morale” dei capifamiglia.
– IL CAPO – VILLAGGIO è soltanto un uomo che si distingua per saggezza di vita, grazie alla quale gode di autorità “morale”, cioè di stima presso tutti gli abitanti del villaggio, che perciò seguono liberamente il suo esempio ed i suoi consigli; ma egli non ha autorità di dare ordini.
– IL TRIBUNALE non è altro che l’assemblea di tutto il villaggio, bambini compresi ed i giudizi sono pronunciati comunitariamente, sotto la guida “morale” dei capifamiglia.
– Nel giudizio si cerca la riconciliazione delle parti in conflitto, in base al principio che il torto o la ragione non sono mai totalmente da una sola parte. Così oltre al risarcimento della parte lesa, si richiede anche a questa un contributo alla riconciliazione. Concretamente la riconciliazione si effettua con un banchetto in cui anche la parte lesa (cioè quella che ha ottenuto la ragione) contribuisce con una parte di cibo.

VITA QUOTIDIANA

Al canto del gallo (verso le ore 5.30: all’equatore il sole sorge alle ore 6.00 e tramonta alle ore 18.00, cioè ci sono 12 ore di sole e 12 ore di notte durante tutto l’anno) il capo – villaggio si alza e attizza le braci rimaste coperte dalla cenere nella “barza” accendendo il fuoco dal quale tutti poi accenderanno i fuochi di ogni capanna. Poi il capo – villaggio passeggia in mezzo al villaggio dando avvisi e consigli ad alta voce, in un dialogo a volte spassoso con la gente ancora dentro alle loro capanne. Nel dialogo talvolta viene chiamato a parteciparvi anche il Buon Dio, perché per i Pigmei non è qualcuno che se ne sta “lassù” ma uno che vive in mezzo a noi come uno di noi anche se non lo vediamo.
– Una volta tutti (o quasi) alzatisi, consumano, quando ne fosse rimasto, il cibo della sera precedente, poi ognuno se ne va per i fatti suoi: le donne alla cerca in foresta, gli uomini a caccia o a pesca o ai campi quelli che hanno dei campi da coltivare in questi ultimi anni, oppure vanno col capo – villaggio a compiere con lui il lavoro o l’attività che aveva “consigliato” negli avvisi mattutini … Altri restano al villaggio a rammendare le reti di caccia o a confezionare archi e frecce o lance. Di tanto in tanto mangiucchiano una banana o una radice di manioca arrostita; ma il vero “pranzo” sarà fatto alla sera verso le h 18.00/19.00.
– Le attività “quotidiane” non durano più di due o tre ore, dopo le quali le donne occupano il tempo a preparare da mangiare o a prepararsi per le danze serali dipingendosi con succhi di frutta la cui traccia nera o rossa perdura oltre ad una settimana sulla pelle; gli uomini occupano il tempo libero o con il gioco del pallone insieme con i ragazzi e i bambini o con altri giochi oppure con il racconto delle imprese di caccia e i fatti del villaggio sia dei Bantu che loro.
– La sera, dopo mangiato o danzano o passano allegramente il tempo a chiacchierare attorno al fuoco sia nella “barza” che davanti alla propria capanna.
– Le danze sono sia per il loro divertimento, sia in occasione di matrimoni, di iniziazione di ragazzi o ragazze all’età adulta e ci sono anche danze per la caccia all’elefante e danze per la fioritura degli alberi i cui fiori forniscono il nettare per il miele…

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LA RELIGIONE

I Pigmei non hanno una RELIGIONE, cioè non hanno riti né luoghi di culto, né persone addette al culto né alcun tipo di istituzione o di struttura religiosa; ma hanno invece una RELIGIOSITA’ naturale spontanea e semplice, in un rapporto personale con Dio ritenuto qualcuno di presente realmente, del quale la foresta è il seno che li genera e li nutre.
– Ci sono “riti” comunitari (vedere quanto riferito sopra a proposito della caccia comunitaria) ma in essi non c’è una rigida procedura rituale né un’autorità cui sola competa l’azione rituale né un luogo specifico. Per esempio, la preghiera attorno al fuoco acceso ai piedi di un albero qualsiasi e non di un determinato albero e il fuoco si accende con foglie del sottobosco senza preferenza di sorta… Le preghiere che si fanno non sono formule fisse ma espressioni spontanee di omaggio a Dio e agli Antenati e di richiesta di aiuto, e chi presiede può essere il capo – villaggio, il capo – caccia o il più anziano o chiunque voglia farlo… Non esistono oggetti “sacri” e le cose impiegate (pietre, rami, acqua) sono occasionali ogni volta, secondo le circostanze e ciò che si vuole esprimere attraverso quegli oggetti e il loro uso in quelle circostanze.

NOMADISMO

I Pigmei sono considerati “nomadi” ma il loro nomadismo è differente da quello degli Tzigani (zingari). Possiamo classificare due tipi di nomadismo:
– NOMADISMO ITINERANTE: quello degli Tzigani: è un viaggiare continuo senza una dimora fissa in nessun luogo.
– NOMADISMO STANZIALE: quello dei Pigmei: è uno spostarsi da un “accampamento” all’altro all’interno di un’area vitale che il gruppo non abbandonerà mai, salvo che ne venga cacciato a forza o da eventi naturali o da invasioni di altri popoli.
Il nomadismo oltre all’aspetto più esteriore del migrare continuo, ha la caratteristica soprattutto della concezione del tempo più centrato sul presente che volto al passato o al futuro, a tal punto che il Pigmeo compie ogni atto totalmente concentrato in esso, fisicamente, mentalmente e spiritualmente, anche perché la vita di simbiosi con la natura (foresta) comporta un’attenzione totale per poter sopravvivere in tale ambiente.

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I POPOLI DELLE FORESTE ASIATICHE
Molti sono i popoli delle foreste pluviali asiatiche: Yumbri in Thailandia, Pigmei negritos e Sarawak in Malesia, Tasaday nelle Filippine, Gajo, Mentawai, Badui, Tenggerese in Indonesia, ecc.
Tutti questi popoli sono stati costretti nel corso del tempo a ritirarsi nelle foreste in seguito all’arrivo di popolazioni più evolute che si sono insediate nelle zone coltivabili. Da allora hanno sviluppato diverse strategie per sopravvivere. La caccia è l’attività principale: le punte delle frecce sono intrise di veleni naturali in grado di uccidere la preda. Sono abili cacciatori e con una cerbottana sono in grado di abbattere animali a distanze anche maggiori di 50 metri. In Nuova Guinea il maiale occupa un posto di particolare rilevanza nell’economia locale, in quanto rappresenta l’unica consistente fonte di proteine. Possederne uno è indice di ricchezza e di prestigio e la sua uccisione richiede una cerimonia che attira tribù vicine e lontane. Poiché l’ambiente della foresta è ricchissimo di vegetazione, questi popoli integrano la loro alimentazione con frutti e piante. Dalla vegetazione ricavano anche medicine sfruttando profonde conoscenze acquisite nel corso di secoli e attirano botanici e agronomi da tutto il mondo.

 

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