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IL PALUDARIO, UNA SINTESI IDEALE FRA ACQUARIO E TERRARIO

Il paludario è sostanzialmente un acquario aperto, con un’ampia parte sovrastante che riproduce la riva di un lago o di un fiume immersi nella foresta pluviale, quindi un sistema che mostra tutta la spettacolarità della natura in un solo insieme, legando l’hobby dell’acquariofilia a quello della terrariofilia, strettamente affini tra loro, grazie soprattutto all’aumentato interesse verso allestimenti che non si limitino all’ambiente acquatico ma offrano sempre maggiori possibilità di rivolgere le proprie attenzioni all’ambiente ripario, naturale proseguimento e completamento di quello sommerso.

Per “paludario tropicale” si intende una vasca riproducente una riva fluviale o lacustre di foresta pluviale, caratterizzata da una rigogliosa vegetazione epifita e palustre, oltrechè acquatica.

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Ciò condiziona inevitabilmente forma e materiali della vasca: la costante e notevole presenza di acqua (la zona sommersa è un vero e proprio acquario) e l’elevatissima umidità ambientale sconsigliano in modo categorico l’impiego di legno e altri materiali deteriorabili, anche se teoricamente isolabili con resine e vernici. Il vetro (abbinato con il silicone) resta perciò il materiale più affidabile per tenuta nel tempo, facilità di lavorazione e resa estetica. Per impianti particolarmente grandi – di solito realizzati “a parete”, cioè incassati nel muro – il vetro potrà essere limitato alla sola parete frontale, mentre le altre saranno in cemento o muratura: in tal caso, però, esse andranno interamente rivestite (non solo la porzione a contatto diretto con l’acqua!) con resine e/o vernici epossidiche atossiche bicomponenti.

 foto di Salvador P Lj.
foto di Salvador P Lj.

La forma della vasca è invece dettatadall’esigenza di disporre, oltre alla zona acqua-terra, di un adeguato spazio sovrastante a disposizione della vegetazione palustre ed epifita: ciò comporta, rispetto ad esempio all’acquario vero e proprio o all’acquaterrario destinato a rettili e anfibi terricoli come tartarughe o rospi, una maggiore estensione in altezza. Nella classica vasca a parallelepipedo, le proporzioni ideali da rispettare sono le seguenti: altezza (esclusi coperchio e lampade) pari a circa 4/5 della lunghezza, profondità (larghezza) pari ad almeno la metà della lunghezza. Alcuni esempi: 100x50x80(h) cm, 80x40x65(h) cm, 150x75x120(h) cm. Quanto alle misure non ci sono praticamente limiti: finanze e spazio permettendo, si può allestire un vero angolo di ruscello di foresta amazzonico occupando tutta la parete di un soggiorno ma anche accontentarsi di un “mini-paludario” da una decina di litri scarsi di volume (alla stregua dei mini-acquari e dei nano reef oggi tanto di moda), che può magari essere un banco di prova prima di passare ad allestimenti più impegnativi e onerosi.

Va in ogni caso sottolineato come la valutazione delle dimensioni di un paludario sia diversa rispetto all’acquario, proprio per l’importanza che assumono al suo interno terra e aria rispetto all’acqua. Così, se un acquario d’acqua dolce di circa 150 litri lordi (100x35x45 cm) viene normalmente considerato “medio” se non “grande” un paludario di analogo volume (70x35x60 cm) rientra piuttosto nella categoria dei “piccoli”.

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La dotazione tecnica per farlo funzionare bene

L’allestimento di un paludario richiede vasche particolarmente alte e quindi al di fuori dei comuni standard, motivo che spinge molti appassionati a ricorrere al “fai da te” oppure ad artigiani vetrai. Anche i negozi specializzati offrono tuttavia alcune valide soluzioni, sia di produzione industriale (da evitare però i comunissimi acquaterrari aperti, di solito non adatti e ricreare un micro-clima tropicale e da dedicare piuttosto alle giovani tartarughine acquatiche) che su misura.

Un paludario dovrebbe essere sempre provvisto di coperchio (nonchè di un vetro frontale asportabile o scorrevole nella sezione superiore, corrispondente alla parte terrestre, così da agevolare qualsiasi intervento di gestione all’interno), per mantenere al suo  interno un grado di umidità necessariamente elevato (minimo 70-80%). La costante evaporazione della parte acquatica riscaldata è in genere sufficiente allo scopo, tuttavia in vasche molto grandi e ben aerate può rendersi necessaria una “pioggia artificiale” periodica, attuabile più volte al giorno con una pompa azionata da un timer che peschi acqua (riscaldata a 25-30°C) da un apposito serbatoio e la spinga in appositi tubi forati nebulizzanti posti sotto il coperchio; impianti per nebulizzazione già pronti sono anche in vendita nei vivai e garden center più forniti, o nei negozi di terrariofilia.

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Come in tutti i terrari, anche nei paludari è importante una buona aerazione: un ricambio costante dell’aria serve non solo a ridurre il sempre fastidioso fenomeno dell’appannamento e della condensa sui vetri, ma anche ad impedire che si formino zone di ristagno dell’aria, assolutamente dannose per le piante emerse favorendo la putrefazione di fusti e foglie. Generalmente, una griglia di sufficiente ampiezza posta sopra o poco sotto il coperchio ed una opposta situata in basso, poco sopra il pelo dell’acqua, sono sufficienti a garantire un buon ricambio e una condensa ridotta al minimo, grazie anche all’effetto “camino” prodotto dal calore delle lampade che genera una circolazione termica dell’aria. L’evaporazione di acqua calda assicura anche un buon riscaldamento dell’ambiente, in genere sufficiente – nei paludari chiusi di piccole e medie dimensioni – sia per le piante che per gli anfibi: i rettili (sauri e serpenti) e i paludari più grandi richiedono invece un riscaldamento supplementare dell’aria, sia durante il giorno (lampade “basking spot”) che eventualmente nelle ore notturne (spot infrarossi o lampade in ceramica), anche se una moderata escursione termica giorno/notte è in ogni caso consigliabile. Sempre se si allevano rettili sarà necessario accoppiare alle lampade daylight e fitostimolanti destinate alle piante anche uno o più neon con UVA (30-35%) e UVB (4-6%) per la sintesi della vitamina D. Inutile sottolineare che tutte le lampade impiegate – fluorescenti o a bulbo – devono essere adeguatamente isolate dall’umidità circostante.

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I modi per separare zona acquatica e asciutta

La suddivisione tra parte acquatica e parte “asciutta” può essere netta e perfettamente isolante (tramite una lastra di vetro incollata con silicone alla base e sui lati), oppure realizzata con rocce e legni a formare una sorta di “ripa” naturale. Nel primo caso, il vetro divisorio si “camufferà” prima del riempimento incollandovi con il solito silicone un pannello di sughero o delle cortecce di analogo materiale, oppure gli appositi pannelli in resina (ritagliabili a misura con un seghetto) venduti come sfondi per gli acquari. Come accennato poc’anzi, questa soluzione permette di isolare perfettamente la zona acquatica da quella terrestre, che definire però “asciutta” sarebbe improprio: acqua vi giungerà infatti continuamente dall’innaffiamento delle piante, dalle frequenti nebulizzazioni (“pioggia artificiale”) e dagli animali che transitano fra i due ambienti; per favorirne il drenaggio e impedire indesiderabili ristagni, è consigliabile utilizzare per il riempimento della sezione terrestre materiali quali l’argilla espansa, la graniglia lavica, il ghiaietto grossolano (da 3-4 cm), i ciottoli di fiume, ecc., ricoperti da uno strato di sabbia fine e/o di muschio. Si evitino invece materiali come la torba o il terriccio (salvo che negli strati più bassi e ben ricoperti), che potrebbero essere smossi e trascinati in acqua – intorbidandola – dagli animali.

Per evitare che la contrapposizione tra zona sommersa e zona emersa stoni troppo nel layout, si possono posizionare legni e radici particolamente contorti affinchè, partendo dai margini della parte terrestre, vadano a lambire la superficie dell’acqua o a raggiungere il fondo fungendo peraltro da “passerella” per gli animali anfibi. In piccoli allestimenti, invece, la zona asciutta si può creare più semplicemente con rocce sovrapposte che poggiano sul fondo della parte sommersa e/o radici di torbiera, mangrovia, savana e simili. Il posizionamento delle piante nella parte terrestre deve essere valutato, oltre che in base alle loro esigenze in fatto di luce, anche del loro bisogno di umidità. Di solito è preferibile coltivare le specie più grandi (epifite e corticicole escluse) in appositi vasetti, che poi potranno essere mascherati con ciottoli, muschi, cortecce e piante tappezzanti, oppure direttamente nel substrato previa spuntatura delle radici.

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Una parete con funzioni di filtro

Quanto alla fertilizzazione è preferibile utilizzare i programmi comunemente impiegati in acquariofilia, sia per la parte sommersa che per la sezione di ripa, la contaminazione con la parte acquatica essendo sempre possibile (evitare i fertilizzanti per giardinaggio!). Ovviamente le precauzioni sin qui suggerite saranno ancor più importanti nel caso di una suddivisione realizzata con rocce (come le lastre di ardesia), cortecce e legni accatastati o giustapposti tra loro: in questo caso, infatti, la separazione tra parte acquatica e zona emersa sarà alquanto approssimativa e occorrerà prestare molta attenzione a materiali e prodotti utilizzati nella sezione emersa, per evitare l’inquinamento di quella acquatica. Lo sfondo si potrà realizzare incollando alla parete posteriore un semplice pannello di sughero, uno dei nuovi pannelli di cocco per piante epifite o uno sfondo tridimensionale in resina sia commerciale che autocostruito (in alternativa si può posizionare una retina in plastica trasparente a maglie larghe su cui far aderire rampicanti igrofili come Ficus pumila Pothos spp., che in breve formeranno una rigogliosa parete naturale, raggiungendo e coprendo anche i vetri laterali), mentre sul fondo si disporranno tronchi ,radici, canne di bambù, cortecce, rocce, ecc. a seconda del tipo di ambiente che si intende ricreare.

La parte acquatica va considerata un acquario a tutti gli effetti, anche se con una profondità relativamente ridotta. Nei paludari più grandi essa potrà raggiungere un volume considerevole (superiore al centinaio di litri), in tal caso si può considerare la possibilità di dotarla di un vero e proprio filtro biologico incorporato che faccia da divisorio tra il settore acquatico e quello terrestre: in pratica, un doppio vetro divisorio anzichè uno singolo, suddividendo l’intercapedine centrale in scomparti riempiti di materiali filtranti (spugne, lana di Perlon, cannolicchi in ceramica, carbone attivo, zeolite, ecc.).

Nelle vasche più piccole il problema del filtraggio è facilmente risolvibile scegliendo tra l’ampia gamma di filtri rapidi interni, azionati da pompa incorporata a potenza fissa o regolabile (preferibili) e caricate con cartucce di spugna meglio se abbinabili a carbone attivo e/o zeolite. Sempre nelle vasche di piccole e medie dimensioni (volume della zona acquatica inferiore ai 100 l., con profondità entro i 30 cm.) un’ottima alternativa al classico termoriscaldatore a provetta è rappresentata dal cavetto termico, che oltre a garantire un riscaldamento uniforme ha anche il vantaggio di non occupare spazio e non richiedere particolari accorgimenti per essere nascosto alla vista: i modelli di potenza compresa tra i 4 e i 50 W sono i più indicati, indispensabile però collegarli a un buon termostato. Come detto in precedenza, il riscaldamento dell’acqua (T 25-27°C circa) comporta un’evaporazione costante e massiccia all’interno del paludario, da compensare con frequenti rabbocchi.

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Piante e pesci grandi protagonisti

Vastissima la scelta delle piante coltivabili in un paludario tropicale: basti pensare che la maggior parte di quelle cosiddette “da acquario” in realtà è costituita da specie palustri, tipiche di ambienti caratterizzati da forti fluttuazioni di livello dell’acqua e in grado perciò di svilupparsi sia parzialmente emerse che sommerse. Molte di esse, anzi, si rivelano assai più robuste e facili da coltivare proprio in paludario (parzialmente emerse), dove giungono frequentemente alla fioritura, mentre stentano o si mostrano comunque molto più esigenti in acquario.

La sezione sommersa di un paludario permette di allevare pesci e invertebrati al pari di un acquario di analoghe dimensioni e dotazione tecnica. In particolare, l’atmosfera calda e umida della parte emersa che la sovrasta crea condizioni di allevamento ottimali per tutti quei pesci provvisti di organi respiratori accessori (labirinto, sacche aerifere, ecc.), che nei comuni acquari – soprattutto se aperti – vanno talvolta incontro a malattie da raffreddamento: Anabantoidei (Anabas, Belontia, Betta, Colisa, Helostoma, Macropodus, Trichogaster, ecc.), “teste di serpente” (Channa), pesci coltello (Notopterus, Xenomystus), politteri e dipnoi (Polypterus, Erpetoichthys), Simbranchidi (Monopterus, Synbranchus), ecc.

La profondità relativamente ridotta agevola le risalite di questi pesci per la provvista d’aria, inoltre la superficie calma e ricca di piante galleggianti si rivela un ambiente ottimale anche per tutti i pesci che vivono negli strati superiori, poco sotto il pelo dell’acqua, spesso eccessivamente penalizzati negli acquari canonici (pesce farfalla, pesci accetta, molti killi, “barbi volanti”, ecc.).

Non solo pesci nel paludario

Molti invertebrati acquatici trovano nel paludario una sistemazione ideale, in quanto nei sempre più diffusi acquari “aperti” fuggono facilmente e finiscono col morire per disidratazione, mentre in quelli con coperchio non sono quasi mai valorizzati a sufficienza: è il caso della maggioranza delle chiocciole acquatiche, come le Ampullaria (Pomacea spp.), che nel paludario si riproducono senza difficoltà deponendo le uova nella zona di ripa.

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Tra gli anfibi, i più raccomandabili per la parte acquatica del paludario sono le salamandre neoteniche (Ambystoma spp.), i tritoni più spiccatamente acquatici (Pleurodeles, Cynops, Paramesotriton) e le rane della famiglia Pipidae (Xenopus, Hymenochirus, Pipa), mentre gli ululoni (Bombina spp.), le rane delle risaie (generi Rana, Occidozyga e Fejervarya) e vari rospi si trovano a loro agio tra l’acqua e la terra, al contrario delle raganelle arboricole e dei variopinti Dendrobatidi che preferiscono i “piani alti” (bromelie, ficus, rami, ecc.).

Tra i rettili, diversi sauri (generi Basiliscus, Hydrosaurus e Physignathus) sono generalmente compatibili con i pesci e con gli anfibi ma non con molti invertebrati (come le chiocciole), mentre i serpenti acquatici (generi Erpeton, Natrix, Nerodia,Homalopsis, Xenochrophis) sono incompatibili con la maggioranza dei pesci e degli anfibi. Lo stesso dicasi per molte tartarughe, in particolare quelle – essenzialmente acquatiche – a “guscio molle” (Trionichidi), inoltre questi pur simpatici rettili pongono soprattutto in età adulta non pochi problemi di gestione in un paludario, dal notevole inquinamento (“sporcano” davvero molto!) allo schiacciamento delle piante con la loro mole, entrando e uscendo dall’acqua.

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