ACQARIO BIOTOPO: LE “BLACK WATERS”

I MISTERI DELLE “BLACK WATERS”
Le blackwaters o aguas pretas (come vengono chiamate in Amazzonia) sono diffuse un pò ovunque ai tropici, ma con precise e peculiari caratteristiche comuni:
– Origine in regioni con terreni a basso contenuto di minerali (es.: catene montuose molto antiche) e scorrimento in foreste ad elevata densità arborea e vegetale in genere (rainforest e foreste a galleria), su letti ugualmente poverissimi di sostanze minerali;
– Limpidezza elevata, dovuta al bassissimo carico di sedimenti e particelle in sospensione;
– Colorazione scura ( da leggermente ambrata a marrone-nerastra) per la massiccia presenza di acidi umici, acidi fulvici, tannini e altre sostanze coloranti e acidificanti, cedute dal suolo, dalle foglie e dai detriti vegetali in decomposizione;
– pH da acido a molto acido (minore di 6, frequentemente tra 4 e 5, nei casi più estremi fino a 3,5);
– durezza – sia totale che carbonatica – bassissima, spesso neppure misurabile con i normali test acquaristici;
– bassi livelli di ossigeno, anche a causa di un movimento scarso (ruscelli di foresta a debole corrente) o assente (stagni, acquitrini) che favorisce ulteriormente l’accumulo e la lente degradazione di sostanze coloranti e acidificanti;
– anidride carbonica e acidi organici presenti sempre in concentrazioni elevate;
– scarsissima presenza di microrganismi decompositori delle sostanze organiche ( batteri, funghi, alghe), sostanze che di conseguenza in queste acque si degradano con estrema lentezza;
– nitrati spesso non misurabili (raramente oltre 1 mg/l) per effetto della scarsa decomposizione, idem per i fosfati;
– ammoniaca pressoché assente (a causa del bassissimo pH) e ammonio rilevabile solo in tracce;
– vegetazione acquatica sommersa ( e dunque produzione primaria foto sintetica dell’ecosistema) scarsa o assente, a causa della povertà di sostanze nutritive, accentuata dalla difficoltà con cui i raggi solari riescono a penetrare in profondità.

Acque “povere” solo in apparenza
Le acque di questo tipo più interessanti dal punto di vista acquaristico, si trovano nella regione amazzonica e in particolare lungo la riva destra del corso inferiore del Rio Negro (Rio Apaporis, Rio Coari, Rio Tèfè, Rio Vaupès, ecc.) e nell’adiacente bacino dell’Orinoco (Rio Atabapo, Rio Caroni, Rio Inirida, Rio Ventuari e Rio Vichada), ma anche nel sud della Penisola Malese (Bukit Merah: biotopi sempre più minacciati dalla urbanizzazione e dalle piantagioni di palme), nell’Arcipelago Indonesiano (come il bacino del fiume Subangau) e negli ultimi lembi di foresta pluviale dell’Africa centro-occidentale (bacino del Congo-Zaire, Ogouè gabonese, ecc.).
Dire che si tratti di biotopi “interessanti” per gli acquariofili potrà stupire più di qualcuno, che dopo averne scorso i requisiti fisico-chimici dubiterà fortemente possano ospitare non diciamo pesci, ma semplicemente qualcosa di…vivo!
In realtà, le “acque nere” sono assai più…sfumate e variegate di quanto comunemente si crede: basti pensare che il loro pH (in pratica il parametro chimico più immediato e caratterizzante, nonché il più familiare per l’acquariofilo) può variare di massima tra il 3,5 (valore ancora compatibile con la vita di alcuni pesci) e il 6, e considerando che questo parametro viene calcolato logaritmicamente – un valore di 4, dunque, è 10 volte più acido di 5 e 100 volte più di 6 – si capisce come sia pericoloso generalizzare in ambito biologico.
A conferma di tutto ciò, il bacino del Rio Negro – sicuramente il più celebrato in acquariofilia tra i biotopi di blackwaters – non risulta affatto così povero di pesci come sembrerebbe: finora vi sono state censite circa 350 specie (ma numerose altre sono ancora da descrivere o da segnalare per questo fiume e i suoi numerosi affluenti), mentre quasi 600 sono quelle dell’Orinoco (in buona parte reperibili regolarmente o saltuariamente in acque scure) e almeno una cinquantina le specie ittiche tipiche o esclusive delle acque nere indo-malesi.
I “pesci di foresta” costituiscono insieme a quelli di acqua salmastra, una buona parte della ridotta quota di specie di cattura – cioè prelevate direttamente in ambiente naturale anziché essere riprodotte in allevamento – esportate dal Sud-Est asiatico (Singapore, Malaysia, Indonesia), dall’Africa centrale (Zaire) e dal Sud America (Brasile, Colombia, Perù): si tratta infatti di pesci spesso difficili da riprodurre, richiedendo valori di pH e durezza così bassi da mettere in difficoltà persino i più esperti allevatori, e per giunta piuttosto delicati.
Nei biotopi di acque nere, infatti, la presenza limitata di parassiti (ulteriormente ridotta dalla scarsità di ospiti intermedi, primi fra tutti i molluschi come le chiocciole acquatiche, il cui guscio non potrebbe “indurirsi” a sufficienza in acque così acide e tenere) e di altri agenti patogeni riduce di molto, rispetto ad altri ambienti, la frequenza delle malattie a carico dei pesci: questi, però, in assenza di anticorpi sono anche più vulnerabili e sensibili alle varie patologie. Anche per questo, non sono molti i pesci caratteristici dei biotopi di acqua nera – sia asiatici che africani e sudamericani – allevati usualmente negli acquari di comunità: solo il neon e i cardinali (Paracheirodon innesi e P. axelrodi) sono divenuti nel tempo ospiti abituali delle vasche domestiche, in virtù della loro non comune adattabilità e robustezza.
Allestire un acquario o un paludario che ricostruisca questo particolare biotopo non è semplicissimo e l’impresa dovrebbe essere pertanto riservata ad acquariofili già abbastanza esperti. Innanzitutto non va commesso l’errore (purtroppo frequente) di imitare pedissequamente certe condizioni ambientali “estreme” riscontrabili in natura, che viceversa in vasca causerebbero una pericolosa instabilità del sistema-acquario. Valori ottimali e non troppo difficili da gestire ( e mantenere relativamente stabili) sono:
T 25-28°C;
pH intorno a 6;
2-3° dKH;
4-8° dGH;
80-120 µS/cm.
Valori di durezza (soprattutto quella temporanea) più bassi sono sconsigliabili, perché renderebbero pericolosamente instabile il pH. I suddetti valori chimici, nonché la colorazione scura tipica di tali biotopi, si ottengono partendo ovviamente da acqua demineralizzata (un impianto di osmosi inversa è pressoché indispensabile per chi voglia cimentarsi in questo allestimento), opportunamente integrata da piccole quantità di sali minerali o ridotta percentuale di acqua del rubinetto (5-15% in media, a seconda dei valori di partenza di quest’ultima), e lavorando con sostanze acidificanti naturali, mentre si eviteranno nella maniera più assoluta i prodotti chimici per ottenere l’abbassamento rapido (e di solito effimero) del pH e della durezza.


Acidificano e colorano ma fanno anche bene
Gli acidi umici e gli acidi fulvici sono sostanze organiche naturali derivanti dai processi biologici di decomposizione (soprattutto dei vegetali), formate sia da aminoacidi e carboidrati che da elementi inorganici come i silicati, sia infine da sostanze ad azione ormonale. Svolgono una parte attiva nelle modifiche della composizione ionica dell’acqua: ad esempio, quando filtriamo attraverso torba, gli acidi in essa contenuti scambiano ioni, riducendo il contenuto di soluti responsabile della durezza come il calcio. Oltre che dalla colorazione ambrata, paragonabile a quella del tè, la loro presenza è spesso denunciata da una persistente “schiumetta” superficiale. Queste sostanze sono presenti in tutte le acque naturali (salvo in genere in quelle sotterranee, prive di organismi superiori e quindi poverissime di materia organica decomponibile), tuttavia nelle “acque nere” la loro concentrazione può essere fino a 100 volte superiore rispetto alle acque normali. Strettamente associati alle sostanze umiche sono i tannini, composti costituiti in maggioranza da glucosidi, comuni nelle piante vascolari e in particolare nelle cortecce di quercia, china, castagno, abete e acacia, nonché in molte galle (escrescenze che si formano sul tronco come reazione all’insediamento di insetti e parassiti).
Nel nostro acquario-biotopo le sostanze umiche e i tannini possono fornire un valido e decisivo contributo alla buona salute dei pesci e del sistema in genere:
– a livello della superficie epiteliale agiscono stimolando la moltiplicazione delle cellule mucipare della pelle e favorendo così la produzione del muco, che costituisce la prima barriera protettiva contro l’ingresso dei parassiti e degli altri agenti patogeni nell’organismo del pesce, le cui difese immunitarie vengono aiutate anche a livello degli anticorpi del sangue e dell’epitelio branchiale;
– in acqua si rendono utili limitando la tossicità di alcune sostanze, “legandole” (grazie alla loro reattività) e rendendole innocue per i pesci;
– svolgono azione antimicotica e batteriostatica, sfruttata in acquariofilia per aumentare il tasso di schiusa nelle ovo deposizioni(è noto che le uova deposte su substrati “acidi”, come i legni di torbiera o la fibra di torba, sono molto meno vulnerabili all’attacco di muffe, funghi e batteri);
– le sostanze ormonali e preormonali rinvenibili nelle sostanze umiche possono favorire anche la fertilità dei pesci.
Dalla natura tante opportunità
Possiamo utilizzare queste sostanze introducendo nella vasca materiali naturali di origine vegetale (radici, cortecce, pigne, foglie) che le cedano all’acqua a lento rilascio, oppure ricorrere ad appositi preparati commerciali (da non confondere con quelli prima citati), di solito a loro volta consistenti in estratti naturali d ari materiali organici (torba nera, corteccia di quercia, foglie di faggio, ecc.). La prima opzione è sempre preferibile anche se richiede ovviamente più tempo e impegno da parte dell’acquariofilo (in particolare, tutte le foglie e le cortecce raccolte in natura vanno accuratamente sciacquate in acqua corrente ed eventualmente bollite per qualche minuto, oltreché ripulite da incrostazioni ed epifiti vari: bisognerebbe inoltre evitare di raccoglierle nei viali e nei giardini pubblici delle città, a causa dell’eccessivo inquinamento). Tra i materiali naturali che si possono introdurre nell’acquario per aumentare la concentrazione di tannini e sostanze umiche, citiamo:
– le pigne di ontano (Alnus glutinosa);
– le foglie di faggio (Fagus sylvatica);
– le foglie di quercia (Quercus spp.);
– le foglie dell’albero tropicale Terminalia catappa note come “ketapang” (o “katapang”);
– il sughero (Quercus suber);
– i “veri” legni di torbiera (in misura minore quelli commercialmente noti come “savana”, “manila”, “mangrovia”, ecc.);
– i gusci di noce di cocco (non quelli decorticati ma con le fibre – “barba” – che ancora le ricoprono e ne aumentano durata ed efficienza acidificante);
– torba acida (in granuli o in fibre) attraverso il filtraggio;
– sottofondo di torba (tavolette o sfagni) ricoperto da sabbia o altro substrato inerte.
Il loro utilizzo comporta però dei potenziali inconvenienti – per non dire seri pericoli – che occorre conoscere e tenere sempre ben presenti. Una massiccia presenza di questi materiali (particolarmente quando costituiscono parte del substrato e sono quindi in seguito difficilmente rimovibili) causa una lenta ma costante demineralizzazione dell’acqua, con abbassamento di durezza e pH che può essere inizialmente graduale e quasi impercettibile ma, senza preavviso, dar luogo ad un brusco calo le cui conseguenze possono essere drammatiche per gli organismi ospitati. Ciò si deve al fatto che le sostanze umiche cedute portano ad una netta diminuzione, nel breve-medio periodo, della durezza dell’acqua, quindi della sua capacità tampone che insieme agli acidi umici causa un abbassamento del pH. Questo rischio è particolarmente elevato se, come quasi sempre avviene, l’acqua di partenza è già neutra o leggermente acida e di durezza medio-bassa. Purtroppo non esistono formule affidabili per misurare il quantitativo di acidi umici e altre sostanze acidificanti da introdurre in acquario, del resto anche i dosaggi consigliati dalle istruzioni dei preparati commerciali sono puramente indicativi: troppe le variabili in gioco, a partire come detto dalla durezza e dal pH, ma anche dall’abbondanza e dal tipo di vegetazione, dalla natura del fondo, dal filtraggio e dall’aerazione, dal popolamento ittico e quindi dalla respirazione dei pesci, dalla presenza o meno di un impianto di CO², ecc. Fondamentale è dunque monitorare costantemente il pH di un acquario “blackwater”, meglio se con un misuratore elettronico permanente.


Un inconveniente minore ma non sottovalutabile legato all’uso di materiali naturali riguarda la velocità con cui si decompongono in acqua: un fenomeno inevitabile, visto che proprio grazie ad esso vengono cedute le preziose sostanze umiche; purtroppo, però, ciò s traduce in un sovraccarico di lavoro per il filtro e in particolare per le colonie di batteri nitrificanti presenti nella vasca. Questo problema si verifica soprattutto con le foglie (a decomposizione piuttosto veloce), è invece meno evidente con le cortecce d sughero (le cellule del tessuto corticale sono ricoperte di suberina, una cera impermeabile atossica che ostacola l’entrata dell’acqua rendendola resistente ai processi di decomposizione e perennemente galleggiante) e le pigne (decomposizione relativamente lenta) e ancor meno con i legni di torbiera (decomposizione lentissima), pressoché nullo con la torba utilizzata per il filtraggio, che di solito viene rimossa una volta esaurita la sua azione di cessione.
La colorazione dell’acqua è invece considerata in modo nettamente contrastante dagli acquariofili: temuta da alcuni, tollerata e addirittura ricercata da altri. Un qualsiasi acquariofilo, a seconda dei casi e delle necessità, può desiderare un’acqua “scura” come può decisamente avversarla.

I tanti vantaggi dell’acqua “scura”
Gli aspetti positivi che una colorazione scura dell’acqua comporta sono diversi e importanti:
– le delicate livree di molti pesci vengono esaltate, sia direttamente (per effetto dei giochi di luce) che indirettamente grazie al fatto che soprattutto i pesci acidofili vi trovano condizioni di vita ottimali; le fosforescenze e i “segnali di riconoscimento” dei pesci di branco che vivono in queste acque risaltano in tutta la loro spettacolare efficacia, viceversa sminuita se non annullata in acqua limpida e ben illuminata (un gruppo di cardinali o di rasbore in acqua scura costituisce uno spettacolo ineguagliabile);
– la crescita di piante sciafile o ombrofile (come Anubias spp., vari Echinodorus e Cryptocoryne, muschi, ecc.) si giova della naturale filtrazione della luce dall’alto, nella maggioranza degli acquari per loro eccessiva e tale da favorire l’attacco delle alghe infestanti;
– i pesci più timidi e quelli di abitudini notturne o che in natura vivono in acque torbide (gran parte dei pesci di fondo e in particolare molti Siluriformi, pesci coltello, pesci elefante, ecc.) si ambientano molto più facilmente e sono spesso in attività anche in pieno giorno, mentre risulterebbero pressoché invisibili a luci accese in vasche con acqua perfettamente limpida e chiara;
– ridotta ai minimi termini la presenza di muffe e fungosi a carico di uova e pesci adulti (inibite da acque acide);
– pompe e riscaldatori sono più longevi e i vetri più puliti per la quasi completa assenza di depositi calcarei;
– ridotta la pericolosità di eventuali “scosse” (per via della conduttività relativamente bassa);
– grazie al pH notevolmente acido è pressoché impossibile il rischio di un “picco” di pericolosa ammoniaca a sfavore del più tollerabile ammonio, con il quale questa sostanza azotata è sempre in precario equilibrio sul “filo” del pH.

Non mancano però gli svantaggi:
– non tutti, alla lunga, gradiscono un’acqua color tè, specie se l’acquario è stato volutamente posizionato in soggiorno o all’ingresso per aumentare la luminosità ambientale;
– la colorazione dell’acqua può falsare e rendere assai difficoltose la lettura dei test chimici con reagenti liquidi, obbligando di fatto a ricorrere ai meno precisi stick multi test o ai più costosi misuratori elettronici;
– l’acqua scura favorisce sì la crescita di piante ombrofile, ma obbliga – se si coltivano anche piante eliofile, cioè bisognose di molta luce – a potenziare l’impianto d’illuminazione (fino a un 30-40% in più rispetto a un’acqua chiara) accorgimento per fortuna oggi reso più agevole dalla crescente diffusione dei led, dei neon T5 e delle lampade sospese a ioduri metallici.


Scarse o assenti le piante, ma si può rimediare
A proposito delle piante nei biotopi di acqua nera la loro presenza è, come già accennato, sempre molto limitata (di solito a poche specie galleggianti), se non del tutto inesistente. In un acquario biotopo particolarmente rigoroso si potrebbe addirittura farne a meno, sostituendole – dal punto di vista sia estetico che funzionale per i pesci – con radici di torbiera, canne di bambù e lettiera di foglie sul fondo, una scelta però spesso…indigesta per l’appassionato, che difficilmente è disposto a rinunciare del tutto alla vegetazione sommersa. In realtà, anche tra le piante vi sono alcune specie (poche) cosiddette “acidofile” rinvenibili frequentemente in acque scure anche se quasi mai esclusive di questi ambienti. Ad esse possiamo aggiungere qualche specie ubiquitaria, più o meno occasionalmente osservabile in bacini di acqua scura: i muschi acquatici (Taxiphyllum, Fissidens, Vesicularia), ad esempio, si ambientano perfettamente in un acquario-biotopo “blackwater”.

Testo tratto da “IL MIO ACQUARIO” Novembre 2012

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